(S)ragionamenti contro il matrimonio omosessuale

Più passa il tempo e più mi rendo conto che i cattolici quando scrivono o parlano di leggi sono capaci solamente di grandi scemenze.
Sul famigerato sito Pontifex un articolo di Giovanni Servodio mi ha fatto ridere per ore.

Il tale comincia a scrivere che “matrimonio” derivi dal sostantivo “mater” madre, e “sta ad indicare il contesto nel quale trovano pieno riconoscimento le prerogative proprie della donna, della madre“.
È vero che l’origine etimologica della parola matrimonio venga da “matris munia” (doveri della madre) ma è evidente che questo antico significato latino non coincida con quello attuale per due motivi.
– Nel matrimonio attuale non si parla di madre ma di moglie (ovvio che una moglie può anche non essere madre);
– Nel matrimonio attuale i doveri (ed i diritti) non sono solo della moglie ma vi sono pari diritti e doveri tra i coniugi.
Ciò considerato le possibilità sono tre:
– Ritornare al significato originario del significato e collocare marito e moglie su due livelli diversi di diritti;
– Introdurre una parola nuova (magari “matripatrimonio”) che descriva la situazione attuale di uguaglianza di diritti tra marito e moglie.
– Riconoscere come fanno i linguisti che la lingua è viva e si evolve nel tempo.

L’autore continua a scrivere che: “In definitiva, il matrimonio è sempre stato lo strumento che permette alla donna di realizzare in condizioni ottimali le sue prerogative esclusive di donna e di madre“.
Prima di tutto “matrimonio” non si concilia bene con “sempre” visto che il matrimonio ha subito notevoli cambiamenti sociali e legislativi nel corso del tempo. A livello legislativo i principali cambiamenti sono stati la riforma del diritto di famiglia del 1975 e l’introduzione del divorzio nel 1978.
L’autore continua a scrivere che “il matrimonio è lo strumento sociale ottimale che permette alla donna di compiere la sua funzione naturale e sociale di procreare, realizzando così al meglio il suo stesso essere“.
L’autore dimentica che – già nella Costituzione italiana – la procreazione fuori dal matrimonio ha la stessa ed identica tutela della procreazione (art. 30) e – recentemente – è venuta a mancare la differenza tra “figli naturali” e “figli legittimi”.

L’autore continua scrivendo: “Se poi, com’è accaduto, subentra una nuova concezione in base alla quale la funzione della donna sarebbe principalmente quella di fare l’uomo, è ovvio che il termine matrimonio va cambiato e, in attesa che se ne inventi un nuovo, si deve far sì che esso perda il suo significato“.
Peccato che – come dimostrato – il matrimonio non è più lo stesso rispetto ad un secolo fa sia a livello sociale che a livello legislativo e tutto questo è avvenuto senza che la parola cambi di significato.

L’autore continua con le sue fantasie scrivendo: “Mentre per millenni il matrimonio è stato una prerogativa della donna, direttamente legato alla sua funzione distintiva, unica ed essenziale, ecco che modernamente esso diventa uno strumento sociale che considera i due contraenti alla pari, come se l’uomo potesse procreare o la donna potesse inseminare
Strano che da millenni (addirittura?) il matrimonio fosse solo una “prerogativa della donna” visto che – attualmente – serve anche il consenso dell’uomo.
Inoltre ci si dimentica che la funzione del matrimonio non è la procreazione ma “l’obbligo reciproco alla fedeltà, all’assistenza morale e materiale, alla collaborazione nell’interesse della famiglia e alla coabitazione” (art. 143 Codice Civile).
L’autore si meraviglia che nel matrimonio i coniugi siano alla pari ma dimentica che – sempre per l’articolo 143 del Codice civile – “con il matrimonio il marito e la moglie acquistano gli stessi diritti e assumono i medesimi doveri“.

L’autore – dopo altre affermazioni sicuramente discutibili – scrive: “Un altro luogo comune ormai affermato pretende che il connubio innaturale tra due uomini o due donne si fondi sulla libertà personale. Così che una persona o due possano scegliere liberamente di vivere la vita sociale che più loro aggrada, soprattutto in termini di scelta sessuale“. È talmente scandalizzato che arriva a domandarsi: “Ma dove s’è visto mai che una persona possa scegliere di essere e di vivere come meglio crede?
All’autore sfugge che l’Italia si fonda su un testo bellissimo chiamato: Costituzione della Repubblica Italiana.
Alcuni articoli meriterebbero di essere ripassati:

Art. 2
La Repubblica riconosce e garantisce i diritti inviolabili dell’uomo, sia come singolo sia nelle formazioni sociali ove si svolge la sua personalità, e richiede l’adempimento dei doveri inderogabili di solidarietà politica, economica e sociale

Art. 3
Tutti i cittadini hanno pari dignità sociale e sono eguali davanti alla legge, senza distinzione di sesso, di razza, di lingua, di religione, di opinioni politiche, di condizioni personali e sociali.

Art. 13
La libertà personale è inviolabile.
Non è ammessa forma alcuna di detenzione, di ispezione o perquisizione personale, né qualsiasi altra restrizione della libertà personale, se non per atto motivato dell’Autorità giudiziaria e nei soli casi e modi previsti dalla legge.

Perciò a Servodio che si domanda “Ma dove s’è visto mai che una persona possa scegliere di essere e di vivere come meglio crede?” la risposta è: negli articoli 2, 3 e 13 della Costituzione italiana.

Credo comunque che all’autore non piacciano molto le leggi italiane e sembra preferire le “leggi di Dio“. Infatti scrive “La libertà vera è quella che si esercita sotto l’ombrello delle leggi di Dio, è la libertà dei figli di Dio che in tanto sono liberi in quanto sottostanno alle leggi stabilite dal Creatore“.
Io sarei contento di sottostare alle leggi del Creatore. Rifiuterò di prendere in considerazioni le leggi dello Stato quando vedrò il cielo aprirsi e – da un occhio in un triangolo – Dio detterà le sue leggi. Sino a quel momento le cosiddette “leggi di Dio” sono solo “leggi di una parte degli uomini” e come tali possono essere messe in discussione.
Vista la qualità degli argomenti è molto facile che siano messi in discussione.

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