Cattolici maggioranza in Italia?

Spesso si sente affermare che “i cattolici sono la maggioranza in Italia“. Di per sé l’argomento non mi interessa particolarmente ma acquista interesse nel momento in cui si afferma che “non si possono regolarizzare le unioni omosessuali, non si può vendere la pillola del giorno dopo, non si possono trasmettere programmi televisivi offensivi del senso religioso, etc……..perché i cattolici sono la maggioranza in Italia“.
Sono incuriosito e vorrei saperne di più.
L’Annuario Pontificio del Vaticano rileva che in Italia i cattolici sono addirittura il 96,55% della popolazione (57,665,000 battezzati su 59,725,000 abitanti): niente male.
L’Uaar (Unione Atei Agnostici Razionali) aveva espresso dei dubbi sulla fondatezza di questi dati e – chi fosse interessato – può leggere il loro articolo in materia.

Ovviamente sui dati dell’Annuario Pontificio è necessaria una riflessione. L’Annuario Pontificio considera come cattolici quelli che sono stati battezzati ma – evidentemente – parte di questi nel tempo possono lasciare la Chiesa cattolica.
Quindi non possiamo affidarci ai dati dell’Annuario Pontificio per sapere se i cattolici costituiscono la maggioranza nel Paese ed è opportuno usare i rilevamenti demoscopici.
L’Eurispes ha rilevato nel “Rapporto Italia 2006” che l’’87,8% degli italiani si dichiara cattolico: di questi solo il 29% è praticante.
Nel 2010 l’Eurispes aveva ripetuto la rilevazione nel “Rapporto Italia 2010” ed era emerso che il 76,5% degli Italiani si considerava credente ma solo il 24,4% si considerava praticante.
Perciò in quattro anni era diminuita dell’11,3% la percentuale di chi si professa cattolico e del 4,6% quella di chi si considera praticante.
Nel 2011 un altro dato viene fornito dal CENSIS nel Rapporto annuale sulla situazione sociale del Paese.
CENSIS ha posto la domanda: “Lei crede che esista una sfera trascendente o spirituale che va al di là della realtà materiale?“.
A questa domanda le risposte sono state le seguenti:
– Si, perché sono credente 65,6%
– Pur non essendone pienamente convinto, credo che in fondo ci sia “qualcosa” o “qualcuno” al di là della realtà materiale 15,6%
– Non me ne occupo 8%
– Forse si, ma comunque ritengo che si debba tenere nettamente separate la sfera razionale e quella irrazionale 4,9%
– Non lo credo, ma alle volte mi comporto come se esistesse 3,2%
– Non lo so ma mi affascina pensarci 1,9%
– Pensare a questo genere di cose allontana gli uomini dai problemi veri della vita 0,8%
Quindi solamente il 65,6% si è professato credente senza esitazioni mentre gli altri approcci andavano da un certo scetticismo ad un disinteresse.
L’ultimo dato per il 2012 viene dall’estero. Infatti un’indagine del NORC Institute della University of Chicago ha rilevato che il 41% degli Italiani afferma che Dio esiste.
In sintesi: nel 2006 Eurispes rilevava che 87,8% degli Italiani si professava cattolico (29% praticante), nel 2010 questa percentuale era scesa al 76,5% (24,4% praticante), nel 2011 CENSIS rilevava che solo il 65,6% credeva in Dio e nel 2011 il Norc di Chicago rileva che il 41% degli Italiani crede in Dio senza esitazioni. Tutte cifre molto lontane da quel 96,55% di “cattolici” secondo l’Annuario Pontificio Vaticano.

Il CENSIS ci offre anche altri dati che smentiscono l’immagine di una Italia iper-cattolica. Infatti nel capitolo “La società italiana al 2011” emerge che solo per il 21,5% del campione la tradizione religiosa è un valore che accomuna gli italiani, solo il 15,7% vede nella fede religiosa un valore per migliorare la convivenza ed addirittura solo il 3,7% vede nella propria appartenenza religiosa la radice della propria identità personale.
Non a caso la stessa CENSIS nella ricerca “I miti che non funzionano più” del 28 giugno 2011 scriveva che: “è chiara l’impossibilità per i sacerdoti di incidere su processi di scelta individuale ormai massificati, così come del resto stentano a fronteggiare le ondate di secolarizzazione nella quotidianità, l’estraneizzazione dalla religiosità e dai luoghi di culto”.
Sempre nella stessa ricerca si afferma che: “Prosegue infatti nel tempo il declino della religiosità, della sua pratica nel quotidiano se è vero che negli anni zero la quota di italiani di almeno sei anni che si reca una o più volte in un luogo di culto è diminuita ancora di quasi il 4%, scendendo fino a rappresentare circa un terzo degli italiani”.

La partecipazione ai riti religiosi è un indicatore molto importante della religiosità di una società.
Una ricerca molto interessante viene dai professori Massimo Introvigne (famoso per le sue posizioni cattoliche) e PierLuigi Zoccatelli, del Centro Studi sulle Nuove Religioni, CESNUR.
I due studiosi hanno svolto un’indagine nella diocesi di Piazza Armerina, in Sicilia, che conta circa 220 mila abitanti.
Tra il sabato sera e la domenica sera del 21-22 novembre 2009 circa 200 volontari hanno contato le presenze e le comunioni nelle 320 messe celebrate in tutta la diocesi, comprese le messe dei neocatecumenali e le comunioni portate ai malati.
E così si è accertato che mentre nelle indagini a campione i cattolici che dicono di andare a messa tutte le domeniche sono il 30% (stessa percentuale rilevata dal CENSIS) quelli effettivamente visti in chiesa sono stati il 18,5%.

Un altro dato importante della religiosità di una società è la percentuale di matrimoni religiosi.
Anche in questo caso le cifre dell’Istat non lasciano spazio ad interpretazioni. Nel 2005 su 100 matrimoni 67,2% erano religiosi, nel 2006 questa percentuale è scesa al 66,0%, nel 2007 al 65,4%, nel 2008 al 63,2% e nel 2009 al 62,8%: un tracollo…….

Alla luce di tutti questi dati possiamo ancora affermare che i cattolici siano la maggioranza in Italia?

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