Cassazione: omosessualità non è diritto di cronaca. La confusione di Pontifex.

Nei giorni scorsi, la Corte di Cassazione con la sentenza 30639/2012 ha stabilito che è diffamatorio rivelare la presunta omosessualità di una persona identificabile senza il consenso di quest’ultima. La sentenza della Cassazione è più che giusta ed è coerente con un percorso fatto di norme e codici deontologici iniziato nel 1996.

Il solito Bruno Volpe (da ricordare che è avvocato e giornalista) affronta l’argomento con un articolo dal titolo «Cari gay, e adesso arresterete l’ “omofoba” Cassazione?».
Queste le parole del giornalista: «Nel fracasso della scena occupata giustamente da borse e spread, è passata quasi inosservata una importante decisione della Cassazione. Il motivo del contendere era una banale fattispecie di diffamazione. Ovvero, un Tizio aveva diffuso notizie riservate sul conto di Caio, spettegolando che questi fosse gay. Lo aveva fatto alla presenza di più persone e dunque, in ipotesi diffamatoria».
Difficile capirci qualcosa in questo modo. I fatti sono questi. Un giornale locale aveva riportato la notizia della separazione di due coniugi e – per il giornale – la causa della rottura era una presunta relazione omosessuale del marito. Il giornale non ha riportato i nomi dei coniugi ma erano presenti altri dati che aiutavano ad identificare facilmente i protagonisti della storia come le iniziali, le professioni ed il paese in cui era avvenuto il fatto.
La persona interessata si era sentita diffamata dall’articolo ed aveva denunciato il giornale: il fatto è arrivato in Cassazione che ha dato ragione al denunciante.
Quindi è il caso di diffamazione a mezzo stampa e non di «un Tizio che aveva diffuso notizie riservate sul conto di Caio, spettegolando che questi fosse gay».

Bruno Volpe continua: «Come ha argomentato la Cassazione? Che l’outing relativo all’omosessualità è diffamatorio. La Suprema Corte, prima di tutto, ha rilevato che mettere in piazza le faccende private di persone senza che vi sia un addentellato con la cronaca o esigenze reali di informazione, è diffamatorio. Poi ha anche detto che è diffamatorio comunque rendere nota la tendenza gay della persona. E qui viene il punto. Se rivelare che un soggetto è gay incarna la diffamazione (concetto negativo che implica lesione del diritto soggettivo all’onore e alla reputazione), significa che l’essere gay e omosessuale per il nostro ordinamento e il comune sentire, è cosa deplorevole. In sostanza: se l’outing avesse detto, Tizio è eterosessuale, che offesa ci sarebbe stata? Nessuna. Ma il dire che il soggetto è gay, oltre che non rivestire presupposti di pubblica utilità, è anche offensivo per l’interessato, il quale riceve un danno all’immagine. Il danno all’immagine si subisce per la diffusione di eventi o notizie negative. Pertanto, sia pur indirettamente, la Cassazione ha confermato, con autorevolezza, quanto Pontifex e tante persone di buon senso sostengono. La omosessualità, specie se rivendicata in forma esagerata, è negativa, danneggia l’uomo e addirittura lo ridicolizza, al punto che la legge lo protegge dalle fughe di notizie».
Questa è una interpretazione un po’ “tirata”. Prima di tutto, per commentare una sentenza sarebbe corretto riprendere la stessa in modo da non travisare i fatti.
Bisogna specificare che – dalla legge 675/96 (detta legge sulla privacy) in poi (d.lgs. 196/2003 e d.lgs. 69/2012) – la vita sessuale (omosessualità ma non solo) rientra tra i dati sensibili dell’individuo (art. 22 legge 675/1996) e non possono essere trattati senza il consenso scritto dell’interessato.
Ovviamente si è posto – al tempo – il dubbio se i cosiddetti “dati sensibili” (vita sessuale, stato di salute, convinzioni politiche, origini etniche, etc.) potessero essere oggetto delle inchieste dei giornalisti: in sostanza i giornalisti avevano il diritto di rivelare dati sensibili come la vita sessuale dell’individuo o bisognava proteggere la privacy dell’interessato? La legge 675/1996 ha richiesto (art. 25) al Consiglio Nazionale dell’Ordine dei Giornalisti di dotarsi di un proprio codice deontologico che è stato presentato al Garante della Privacy nel 1998 (Codice di deontologia relativo al trattamento dei dati personali nell’esercizio dell’attività giornalistica).
Il codice deontologico è molto breve ed è composto solo da tredici articoli.
Uno di questi (art. 11) è veramente attinente al caso specifico. L’art. 11 infatti prevede che «Il giornalista si astiene dalla descrizione di abitudini sessuali riferite ad una determinata persona, identificata o identificabile»: nel caso specifico invece la persona era identificabile facilmente.
Inoltre – sempre all’articolo 11 del Codice deontologico – si prescrive che «la pubblicazione è ammessa nell’ambito del perseguimento dell’essenzialità dell’informazione e nel rispetto della dignità della persona se questa riveste una posizione di particolare rilevanza sociale o pubblica».
La Cassazione ha stabilito invece che la relazione del negoziante «è una situazione di fatto riconducibile alle scelte di vita privata» della parte lesa, quindi «non ha alcun rilievo sociale (almeno nella attribuzione del fatto a una persona ben individuata o facilmente individuabile) con la conseguenza che l’articolo in questione potrebbe aver violato, ad un tempo, la privacy della persona offesa e – attraverso tale violazione – la reputazione della stessa».
Cosa significa tutto questo in parole povere? Significa che un “comune mortale” (ossia che non riveste una posizione pubblica) ha il diritto a vedere tutelati i propri “dati sensibili”. Tra i dati sensibili le citate leggi includono la vita sessuale in tutte le sue forme. Quindi non è diffamatorio solamente scrivere che il signor X (che non ha una posizione pubblica) è omosessuale ma anche che è eterosessuale, feticista, sadomasochista, etc: non esiste nessun diritto di cronaca nel riportare notizie simili.

Ovviamente questo vale solo per persone che non hanno una rilevanza sociale o pubblica. Se si scoprisse – ad esempio – che un noto politico contrario da sempre ai diritti delle coppie omosessuali ha egli stesso una relazione omosessuale allora questo fatto assume rilievo sociale e quindi ci sarebbe “diritto di cronaca” e si potrebbe riportare il fatto con tanto di nomi e cognomi. La stessa cosa varrebbe per sedicenti giornalisti cattolici integralisti qualora si scoprisse che sono dediti allo stalking.

Volpe conclude con: «Davanti a questa sentenza, i soliti tromboni gay che cosa diranno? Ovviamente, che la Cassazione è retriva ed omofoba, of course». Credo che l’unica cosa che si possa dire è che la Cassazione ha stabilito che l’omosessualità (come qualsiasi altro aspetto che riguardi la vita sessuale) è un fatto esclusivamente privato ed – in assenza di un diritto di cronaca – bisogna tutelare la privacy dell’interessato: una scelta avviata dal legislatore sin dal lontano 1996.
Un avvocato e giornalista forse dovrebbe saperlo…..

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