Trovato un assegno di 100.000 € negli appartamenti del maggiordomo del papa

Lo Stato della Città del Vaticano ha pubblicato la requisitoria del promotore di giustizia Nicola Piccardi e la sentenza di rinvio a giudizio nei confronti di Paolo Gabriele, il maggiordomo del Papa accusato di furto aggravato.
Ancora è presto per sapere come procederà il processo però è già possibile esprimere alcune riflessioni.
Nella requisitoria si legge che – durante la perquisizione negli appartamenti di Paolo Gabriele – è stato trovato un assegno bancario di 100.000,00 euro intestato a Santidad Papa Benedicto XVI, datato 26 marzo 2012, proveniente dall’Universitad Catolica San Antonio di Guadalupe ed una pepita d’oro indirizzata al papa dal signor Guido del Castillo, direttore dell’ARU di Lima (Perù). Il maggiordomo del Papa si sarebbe limitato a dichiarare che «nella degenerazione del mio disordine è potuto capitare anche questo».

A prescindere da quelle che sono le responsabilità di Paolo Gabriele si resta sbigottiti dalla gestione vaticana di importanti somme di denaro.

Nessuno si era accorto che un assegno di 100.000 € non era stato mai incassato ed era – allo stesso tempo – sparito?
Nessuno si era mai chiesto che fine avesse fatto una pepita d’oro?
Un assegno di 100.000 € ed una pepita d’oro dovrebbero essere contabilizzati ed al sicuro in qualche caveau.
La Chiesa certamente riceve (anche da parte dello Stato italiano) ingenti somme di denaro e ci si aspetterebbe serietà nella gestione finanziaria.
Se in una qualsiasi azienda, fosse sparito un assegno di 100.000 €, i responsabili dell’ufficio contabile sarebbero stati immediatamente licenziati e denunciati.
Cosa si sarebbe detto se un segretario del Presidente della Repubblica o del Presidente del Consiglio fosse stato in grado di rubare una somma di denaro o un oggetto di valore della Presidenza della Repubblica o del Consiglio senza che nessuno se ne accorgesse?
Se il Vaticano perde addirittura un assegno di 100.000 € ed una pepita d’oro, come può garantire sulla serietà dello Ior?
Se anche un assegno di 100.000 € ed una pepita d’oro possono sparire nel “disordine” delle carte del maggiordomo del Papa, c’è veramente da chiedersi in che modo è gestito il miliardo di euro di 8 per mille che ogni anno la Chiesa riceve dallo Stato italiano.
In effetti la Chiesa aveva già dato segnali che sua la gestione dei fondi dell’8 per mille non fosse molto limpida.

C’è un altro elemento su cui riflettere: assieme a Paolo Gabriele è stato rinviato a giudizio – con l’accusa di favoreggiamento – anche Claudio Sciarpelletti, un analista e programmatore informatico che lavora negli uffici della Segreteria di Stato.
In merito a quest’ultima notizia il quotidiano La Repubblica aveva scritto il 14 giugno della scomparsa di un hacker esperto in sicurezza informatica che lavorava in Vaticano.
Il portavoce vaticano, padre Federico Lombardi, lo stesso giorno aveva definito «completamente infondata» la notizia relativa alla presunta sparizione dell’ex hacker ora dipendente della Santa Sede ritenendo che l’articolo di la Repubblica fosse «un modo di fare giornalismo non adeguato alla realtà della situazione».
Ora – nella requisitoria pubblicata dal Vaticano – si legge che Claudio Sciarpelletti è stato arrestato il 25 maggio e – interrogato il 26 maggio – il Promotore di giustizia della Città del Vaticano «gli concedeva la libertà provvisoria, previa cauzione e con l’obbligo di osservare talune prescrizioni».
Perciò, la notizia de la Repubblica non era “completamente infondata” così come aveva affermato Padre Lombardi: in effetti Sciarpelletti era stato arrestato ed aveva l’obbligo di osservare alcune prescrizioni (è plausibile che gli era stato imposto di non lasciare il territorio vaticano). Padre Lombardi non sa che l’ottavo comandamento prescrive di “non dire falsa testimonianza”?

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