Avvenire e la proposta del politico russo di considerare l’aborto come omicidio

Nel caldo dell’afa ferragostana, il giornale dei vescovi italiani Avvenire offre un breve articolo dal titolo (apparentemente innocuo) “Russia, politico propone la cittadinanza per i bimbi non ancora nati”.
Questo è il breve testo dell’articolo: «Il deputato di Pietroburgo Vitaly Milonov ha proposto di conferire lo status di cittadini ai bimbi in grembo. “Propongo di iniziare dalle fondamenta e considerare ogni essere umano come tale in ogni stadio della sua vita, in particolare nello stadio prenatale”, ha detto il deputato a una emittente radiofonica.
Secondo il politico, l’aborto in quest’ottica va combattuto ufficialmente come “omicidio”. Milonov ha promesso di presentare una bozza di legge al Parlamento russo per emendare la Costituzione e considerare un bambino non nato – dal momento del suo concepimento o per lo meno da quando il suo cuore inizia a battere – come un cittadino. In Russia l’aborto è consentito entro le 12 settimane di gravidanza, fatta eccezione per i casi in cui la donna sia vittima di stupro o la sua salute in pericolo».
Giusto per la cronaca, Vitaly Milonov è colui che ha bollato come “puttana” la popstar Madonna, ha definito pervertiti gli omosessuali ed autore della legge contro la “promozione dell’omosessualità”.

Gli altri giornali italiani non hanno riportato la proposta del politico russo di punire l’aborto come un omicidio. In effetti la proposta isolata di un politico di un Paese che non appartiene neanche all’UE difficilmente può trovare spazio sui media italiani.
Davanti a proposte folli come punire l’aborto come omicidio sarebbe bene che il giornale dei vescovi non si limitasse a proporre la dichiarazione di un politico controverso e discusso ma esprimesse anche il suo punto di vista.
Dobbiamo ricordarci che l’aborto prima del 1978 era punito dal Codice Penale italiano (artt. 545 e seguenti) con pene dai due ai dodici anni per chi procurava l’aborto e con una pena sino a quattro anni per la donna: era il periodo in cui gli aborti erano eseguiti clandestinamente spesso con forti rischi per la salute della donna. Era il periodo degli aborti procurati dalle mammane o – peggio ancora – autoprocurato ingerendo acido.
La sentenza 27/1975 della Corte Costituzionale ha reso possibile il ricorso all’aborto per gravi motivi spianando quindi la strada all’introduzione della legge 194/1978 ed all’abrogazione del reato di aborto.
C’è da sperare che la Chiesa non voglia sposare la proposta di Milonov tesa a considerare l’aborto come un reato penale: ciò significherebbe solamente aggravare ulteriormente il problema dell’aborto, punire le donne (spesso straniere) che affrontano di già un grave disagio, riempire all’inverosimile le carceri e paralizzare il sistema giudiziario. Insomma sarebbe una falsa soluzione punitiva davanti ad un problema che deve essere affrontato con misure di prevenzione in strutture come quelle realizzate dalla ginecologa Elisabetta Canitano. Purtroppo se si pensa che anche davanti al problema della droga la proposta arrivata dal mondo cattolico con la legge Fini-Giovanardi è stata solo quella repressione, l’idea che una parte del mondo cattolico veda con simpatia all’introduzione del reato di aborto non è da escludere: c’è solo da sperare che la Cei non sia dello stesso parere.
Con questo articolo sulla proposta del politico Milonov, Avvenire ha perso due ottime occasioni.
Ha perso l’occasione di prendere le distanze da una proposta folle tesa a considerare l’aborto come un reato punibile come l’omicidio.
Inoltre ha perso l’occasione di spiegare con quali misure concrete la Conferenza Episcopale Italiana (anche usando il miliardo di euro che riceve ogni anno dallo Stato italiano attraverso l’otto per mille) cerca di combattere il fenomeno dell’aborto in Italia.

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