Il vittimismo sentimentale dei nostri quotidiani nel caso Armstrong

La notizia della radiazione di Armstrong e della privazione dei suoi sette Tour de France è stata una notizia che – seppur non improvvisa – ha sconvolto il mondo del ciclismo e del giornalismo sportivo italiano.
I nostri giornalisti ovviamente hanno commentato la notizia ma spesso facendo esercizio di “vittimismo” tranne un ottimo articolo di Federico Danesi su Libero che ben descrive la situazione.

Il Fatto Quotidiano interviene con Lorenzo Vendemiale scrivendo: «Ma se davvero l’Usada dovesse riscrivere l’Albo d’oro della Grande Boucle, sarebbe come cancellare dieci anni di storia dello sport: distruggere il mito del grande eroe in grado di sconfiggere il cancro e la forza di gravità delle montagne; dire a milioni di tifosi che era tutto falso. L’ennesimo inganno, l’ennesima delusione per uno sport che ha sofferto tanto negli ultimi anni. Comunque vada, oggi è un giorno triste per il mondo del ciclismo».
Purtroppo i dieci anni di ciclismo erano stati già cancellati durante gli anni di Armstrong: un corridore su cui c’erano troppi sospetti di doping. Armstrong poteva essere considerato un mito per aver sconfitto il cancro ma – per chi soffre di questa malattia – potrà restare sempre un mito: resta pur sempre un corridore che ha sconfitto la malattia ed è tornato alle corse.
Per il resto i milioni di tifosi – quelli veri – già sapevano che era tutto falso: la notizia dell’Usada è solo la celebrazione della verità.

Il Giornale di Sallusti con un articolo di Antonio Ruzzo scrive: «Fine di un’epoca. Fine di un’epoca anche per il ciclismo e c’è davvero da chiedersi a chi potrà giovare tutto questo. Forse anche che senso ha intestardirsi su un’indagine a così tanti anni di distanza e perchè chi doveva inchiodare il texano non lo ha fatto quando ancora era in sella».
La domanda di Ruzzo è più che legittima: perché non sono emersi elementi su Armstrong quando era ancora in sella?
In ogni caso l’indagine dell’Usada gioverà di certo al mondo del ciclismo. Forse per la prima volta si comprenderà che nessun “eroe” è intoccabile e – seppur – ad anni di distanza la verità emerge. L’indagine dell’Usada servirà anche all’Uci (Unione Ciclistica Internazionale) che ha sempre appoggiato Armstrong: anche l’Uci capirà che le regole devono valereper tutti.
Ruzzo si domanda che senso ha intestardirsi su un’indagine a così tanti anni di distanza. Forse la verità ha bisogno di anni per poter emergere. Servono anni affinché i poteri forti che nascondono la verità possano indebolirsi e farsi meno influenti: la storia del nostro Paese è piena. Anche a distanza di anni – sebbene il paragone è eccessivo – ancora si aspetta la verità su Ustica ad esempio: gli anni non sono mai una giustificazione per non accertare la verità sia nel caso di Armstrong che per casi più importanti.

Sempre Ruzzo scrive: «Si cancella un’era, si cancellano quasi vent’anni di ciclismo. Solo restando in Francia, solo restando al Tour c’è da chiedersi a questo punto cosa resterà. Dal 1996 con la vittoria di Bjarne Riis al 2010 con quella di Alberto Contador la grande boucle rischia di non avere un podio. Rischia di non avere un vincitore ma anche un secondo o un terzo. La lista degli squalificati è praticamente infinita. Ci sono dentro tutti. Da Landis a a Ullrich, da Kloden a Basso, da Beloki a Pantani, da Zulle a Escartin, da Rumsas a Vinoukourov a Menchov. Mancava Armstrong».
La direzione del Tour de France e la Federazione Ciclistica Francese hanno certamente le loro responsabilità considerato che per sette anni Armstrong non è stato mai trovato positivo ai test antidoping della competizione francese.
Per la cronaca, Pantani non è stato mai squalificato per doping. Nella tappa di Madonna di Campiglio (5 giugno 1999) del Giro d’Italia, Pantani è stato trovato con un tasso di ematocrito del 52% (il massimo era 50%). Questo non era un segno di aver assunto sostanze dopanti (è un valore facilmente raggiungibile in certe condizioni) ma Pantani è stato escluso dalla corsa a protezione della sua salute. Lo stesso giorno il corridore romagnolo ripetè il test in un laboratorio accreditato Uci ad Imola e risultò perfettamente nella norma.

Il massimo esercizio del giornalismo vittimistico all’italiana viene offerto da Maurizio Crosetti su la Repubblica. Sul giornale di Ezio Mauro si può leggere: «Lui è stato sprezzante, chi lo accusa si è accanito con veemenza rara e con prove finora piuttosto deboli, a parte il solito meccanismo dei pentiti: meglio non parlarne, altrimenti i tifosi di Conte si arrabbiano (con qualche ragione, va detto)».
Chi accusa Armstrong è l’Usada (Agenzia americana antidoping) ossia un ente che – per ragioni di nazionalità – avrebbe tutto l’interesse a proteggere Armstrong. La “veemenza rara” di cui parla Crosetti ricorda delle frasi molto infelici di Berlusconi contro i “magistrati rossi”: forse bisognerebbe dire che in possesso dell’Usada c’è – tra gli altri – un test del 2001 in cui Armstrong venne trovato positivo e che l’Uci nascose.

Sempre Crosetti scrive: «Delle due, l’una: o saltano fuori prove schiaccianti contro Armstrong, o non ha senso togliergli sette Tour solo perché lui è in guerra con l’agenzia antidoping e ha un orrendo carattere. Forse, sarebbe stato più giusto provare a inchiodarlo quand’era ancora in sella, non adesso e non così: le occasioni non sono mancate, ma lui ne è sempre uscito pulitissimo».
È più che giusto che sarebbe stato giusto inchiodarlo quando era in sella ma questo era molto difficile considerato che chi doveva vigilare (l’Uci) era anche lo stesso soggetto che nascose un test del 2001 in cui Armstrong venne trovato positivo: facile uscirne pulitissimi in questo modo.

Crosetti conclude: «I fanatici dell’antidoping saranno soddisfatti, perché hanno sempre visto in Lance Armstrong un’anima nera. Saranno un po’ meno contenti quei malati di cancro per i quali il poster del ciclista, appeso alle pareti di qualche day-hospital, ancora rappresenta un motivo di speranza. E quella non si squalifica».
Forse Crosetti dovrebbe indicare in quale day-hospital ha visto un poster di Armstrong: dubito ci sia.
Per offrire speranze ai malati di cancro non serve tornare a vincere sette Tour de France ma basta tornare a gareggiare.
Armstrong è un esempio negativo per i malati di cancro o di qualsiasi altra malattia. Chi si trova in queste condizioni lotta per la vita e la ama. Armstrong ha invece assunto – dopo aver sconfitto il cancro – delle sostanze dopanti nocive per la sua stessa vita: ha disprezzato la stessa vita che gli era stata restituita.
Comunque se non dovessimo punire Armstrong per non deludere i malati di cancro allora immagino anche che non avremmo dovuto processare Craxi, Andreotti, Berlusconi per non danneggiare la credibilità del nostro Paese (ed effettivamente è stato detto qualcosa di simile).
Il vittimismo è una caratteristica troppo diffusa nel nostro Paese: forse dovremmo imparare ad amare di più le scomode verità che le false illusioni.

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