Quattro casi di “discriminazione religiosa” davanti la Corte Europea dei Diritti dell’Uomo

Le sentenze della Cedu (Corte Europea dei Diritti dell’Uomo) hanno sempre fatto discutere e di sicuro lo sarà anche questa volta.

Questa volta i giudici della Cedu sono chiamati a decidere sui casi di quattro cittadini britannici – “cristiani discriminati sul lavoro” secondo Avvenire (il giornale dei vescovi italiani) – che hanno fatto ricorso contro lo Stato accusato di non aver difeso in modo adeguato la loro libertà religiosa e il diritto a non subire discriminazioni sul posto di lavoro.

Questi i casi. Nadia Eweida, 55 anni, era una hostess di terra della British Airways addetta al controllo dei bagagli. Sulla sua divisa indossava una collana con un crocifisso contravvenendo alle policy della compagnia aerea. Nel 2006 i suoi superiori le chiesero di indossarla all’interno della divisa perché averla all’esterno non era conforme alle norme di sicurezza che deve rispettare un’ispettrice dei bagagli ma la hostess si rifiutò. La compagnia aerea allora le offrì la possibilità di essere impiegata in un’altra mansione dove non avrebbe dovuto indossare l’uniforme e quindi avrebbe potuto tranquillamente indossare la collana ma la hostess rifiutò anche questa proposta. La British Airways perciò la licenziò e Nadia Eweida citò la compagnia aerea in tribunale ma perse il ricorso sia in prima istanza che in appello (cfr. sentenza d’appello).

Molto simile è il caso di Shirley Chaplin, 54 anni, era una infermiera del Royal Devon and Exeter NHS Trust Hospital. In base alle policy dell’ospedale non era permesso di indossare collane perché i pazienti avrebbero potuto afferrarle con evidenti rischi per l’incolumità delle stesse infermiere. Per questo motivo la direzione dell’ospedale chiese all’infermiera di rimuovere la collana oppure di indossarla all’interno dell’uniforme ma Shirley Chaplin si rifiutò: a tale rifiutò fu assegnata ad un desk job ossia senza contatti diretti con i pazienti. Dopo il pensionamento Chaplin agì in giudizio contro l’ospedale ma perse – come Nadia Eweida – sia in prima istanza che in appello: il tribunale infatti sentenziò che l’ospedale aveva agito in “reasonable manner” (ossia ragionevolmente) cercando di raggiungere un compromesso ed una soluzione del caso con l’infermiera.

Più eclatante il caso di Gary McFarlane, consulente per terapia di coppia alla Relate Avon: una struttura benefica che fornisce supporto relazionale a coppie, famiglie, giovani ed individui. Gary McFarlane era stato assunto come terapista di coppia nel 2003 alla Relate Avon ed aveva fornito la sua consulenza anche a coppie dello stesso sesso. Nel 2007 divenne anche terapista sessuale all’interno della stessa struttura: i dirigenti della struttura ritennero che le convinzioni religiose di McFarlane fossero incompatibili con la politica dell’istituzione benefica che garantiva pari trattamento sia a coppie omosessuali che a coppie eterosessuali. Per questo motivo gli chiesero di confermare la sua intenzione di aiutare coppie dello stesso sesso sia come terapista di coppia che come terapista sessuale ma McFarlane si rifiutò di confermare perché andava contro i suoi principi cristiani (cfr. sentenza d’appello). Al suo rifiuto la direzione della struttura diede avvio ad un provvedimento disciplinare ritenendo che la decisione di McFarlane avrebbe ridotto sensibilimente il numero di coppie che avrebbe potuto avviare. McFarlane confermò la sua decisione e quindi fu licenziato: il consulente citò la Relate Avon in tribunale ma questo diede ragione a Relate Avon.

L’ultimo caso riguarda Lillian Ladele ufficiale dello stato civile presso l’Islington Council di Londra. Da quando le unione civili per le coppie dello stesso sesso sono state legalizzate nel 2004 Lillian Ladele si è rifiutata di officiarle.
In un primo momento poteva scegliere quali cerimonie presiedere ma – successivamente – l’amministrazione comunale cambiò le regole che disciplinano le condizioni di lavoro degli ufficiali dello stato civile. L’impiegata portò il caso davanti al tribunale che – in appello – diede ragione all’Inslington Council (cfr. sentenza d’appello).

Ora la Corte Europea dei Diritti dell’Uomo dovrà decidere sui casi di Shirley Chaplin e Nadia Eweida e sui casi di Lillian Ladele e Gary McFarlane e stabilire se si tratta di casi di discriminazione religiosa oppure – per i primi due casi – di normale applicazione di regole di sicurezza e – per gli ultimi due – di “principi religiosi” che rendevano incompatibile l’operato dei due impiegati con le mansioni che erano chiamati a svolgere.
In effetti se ognuno fosse libero di indossare una collana sul luogo di lavoro (anche laddove c’è un ragionevole rischio per l’incolumità dell’impiegato considerate le mansioni svolte) il datore di lavoro sarebbe responsabile di eventuali incidenti? Se l’infermiera e la hostess avessero avuto degli incidenti a causa della collana indossata avrebbero chiamato in giudizio l’ospedale e la British Airways?
Se prevalesse – sempre e comunque – il principio della “libertà religiosa” un chirurgo potrebbe indossare collane, anelli ed ogni altro simbolo di fede ad esempio in sala operatoria?
Dove stabilire il confine tra libertà religiosa ed esecuzione delle mansioni per cui si è assunti?
Come si possono conciliare i principi religiosi con un professionista assunto per fornire terapia sessuale o con una dipendente chiamata ad officiare matrimoni civili?
La risposta a tutto ciò la dovrà fornire la Corte Europea dei Diritti dell’Uomo.

In Italia i casi ovviamente sono stati ripresi anche dagli organi cattolici di informazione. Il solito Tempi (organo di Comunione e Liberazione) titola “Discriminati per la loro fede. Per la Corte Europea è giusto così”: strano che per Corte Europea sia giusto considerato che ancora non si è espressa.
Nell’articolo – firmato da Benedetta Frigeria – si legge che «I quattro avevano fatto ricorso alla Corte Europea dei Diritti Umani, rappresentando tante altre categorie di lavoratori inglesi che, da quando vige la legge sull’uguaglianza, sono stati discriminati a causa della loro fede. Di fatto le nuove norme più che proteggere alcune categorie le privilegiano a discapito di altri. Per proteggere gli atei, i non cristiani e gli omosessuali, ad esempio, accade che in pubblico si possa esprimere solo quanto accettato dalla morale in voga».
Francamente non si capisce chi siano i “tanti lavoratori inglesi” discriminati a causa della loro fede e non si capisce come – a causa della legge sull’uguaglianza – gli atei, i non cristiani e gli omosessuali siano più privilegiati.
Ad ogni modo la legge sull’uguaglianza non c’entra niente perché in questo caso sono state applicate solamente dei regolamenti interni in uso presso ogni azienda o amministrazione pubblica ed infatti nelle varie sentenze emesse dai tribunali britannici non si è fatto nessun riferimento all’Equality Act del 2006.

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