Uk: abortisce e viene condannata a otto anni di carcere da un giudice di un’associazione cristiana

Nel diritto processuale (sia civile che penale) è previsto l’istituto della ricusazione: ossia si chiede la sostituzione del giudice in un determinato processo qualora ci sia il fondato sospetto che non possa essere imparziale.
Forse è quanto avrebbe voluto fare Sarah Catt, una donna britannica di 35 anni, condannata da un giudice ad otto anni di carcere per essersi procurata un aborto nella fase finale della sua gravidanza.
Ora si è scoperto – come riporta il quotidiano The Guardian – che il giudice che l’ha condannata, Jeremy Cooke, è collegato ad un’associazione cristiana che ha condotto una campagna per leggi più restrittive sull’aborto.
La donna aveva assunto dei farmaci quando era incinta di 29 settimane per provocarsi un parto prematuro e successivamente ha assunto del veleno per avere un aborto spontaneo (al pari di quanto facevano molte donne in Italia prima che entrasse in vigore la legge 194): di tutto questo la donna si è dichiarata colpevole sebbene si sia rifiutata di rivelare dove abbia sepolto il feto.
La condanna ha suscitato un dibattito nel Regno Unito soprattutto considerando che il giudice Jeremy Cooke nella sentenza ha scritto «Non c’è nessuna mitigazione possibile in riferimento alla legge sull’aborto, qualunque punto di vista si possa prendere sulle sue disposizioni che in pratica sono, a torto, liberamente interpretate in modo da rendere possibile l’aborto su richiesta entro le 24 settimane con l’approvazione di medici registrati» lasciando intendere con quel wrongly (a torto) la sua visione sull’aborto.
Infatti il giudice Cooke è un membro della Lawyers’ Christian Fellowship (LCF) e uno dei vicepresidenti dell’organizzazione fino a dicembre 2010.La LCF è un’organizzazione non molto nota ma conta più di 2.500 soci ed ha una crescente presenza nelle scuole di legge, è stata fortemente coinvolta in cause come una campagna per un cambiamento delle leggi sull’aborto: tra i suoi obiettivi c’è «applicare la giustizia di Dio sulla terra».
Il membro più anziano tra i magistrati di LCF è l’influente giudice dell’Alta Corte Mark Hedley che ha ammesso che può essere difficile far quadrare le sue convinzioni con un lavoro come un giudice.
Intervistato da un sito web sull’educazione religiosa ha affermato che «Una delle difficoltà di essere cristiani nel rispetto della legge è che si sta amministrando un sistema che non ha la pretesa di essere cristiano ed i principi che il diritto si aspetta dalle persone sono spesso inferiori e un po’ diversi dai principi che i cristiani si aspettano da sé stessi. Ciò porta di volta in volta a conflitti ma alla fine dobbiamo accettare che siamo in una società e dobbiamo vivere nella società in cui Dio ci ha posti e tutti dobbiamo fare la nostra parte in modo che che la società funzioni».
Terry Sanderson, presidente della National Secular Society, ha dichiarato: «Sembra che la LCF abbia un gran numero di autorevoli uomini di legge tra i suoi membri. Si pretende semplicemente di promuovere la comunione cristiana tra loro, ma uno dei suoi obiettivi primari dichiarati è “applicare la giustizia di Dio in terra”. Che cosa vuol dire quando si tratta di giudici? Vuol dire che “la legge di Dio” – qualunque essa sia – avrà la meglio per loro sulle leggi democraticamente approvate di questo paese?».
Ha inoltre aggiunto: «Non c’è niente di sbagliato per un giudice nell’essere un cristiano, ma è una cosa molto diversa ad essere un “giudice cristiano” che vuole applicare i principi biblici per decisioni quando questi principi potrebbero non essere conformi al diritto civile che deve applicare».
Un altro aspetto controverso è il rapporto tra LCF e Christian Concern, un gruppo di pressione conservatore, che altri cristiani evangelici considerano sempre più estremo.
Il sito web della LCF rimanda al sito di Christian Concern che è stato in prima linea in alcune campagne su temi tra cui il diritto all’aborto e gay, propugnando inoltre le controverse “teorie riparative” sull’omosessualità.

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