Bagnasco: “le unioni civili sono solo un principio ideologico”. Ed il 15% di bambini nati ogni anno fuori dal matrimonio?

Il cardinale Bagnasco ha aperto i lavori del Consiglio permanente della Cei: ovviamente le unioni di fatto sono state al centro del suo discorso.
Secondo il presidente della Cei: «La gente non perdonerà la poca considerazione verso la famiglia così come la conosciamo. Specialmente in tempo di crisi seria e profonda, si finisce per parlare d’altro, per esempio si discute di unioni civili che sono sostanzialmente un’imposizione simbolica, tanto poco in genere vi si è fatto ricorso là dove il registro è stato approvato».
Non avendo il dono di prevedere di futuro è difficile per noi comuni mortali sapere se la gente non perdonerà il dibattito esistente sulle unioni civili però bisogna riconoscere che Giuliano Pisapia aveva presentato questo tema in campagna elettorale ed è stato eletto sindaco. Proprio per questo motivo non si può parlare di “imposizione” visto che – come nel caso di Milano – l’approvazione del registro delle unioni civili non è stata una imposizione ma – oltre ad essere stato introdotto il tema in campagna elettorale – c’è stato un dibattito in consiglio comunale e sono stati integrati anche alcune posizioni dell’opposizione. Concentrandosi a Milano non sembra neanche che sia stato un flop se pensiamo che ci sono state più di cento richieste in pochi giorni.

Bagnasco continua affermando: «Si ha l’impressione, infatti, che non si tratti di dare risposta a problemi reali – ai quali da sempre si può rispondere attraverso il codice civile esistente – ma che si voglia affermare ad ogni costo un principio ideologico, creando dei nuovi istituti giuridici che vanno automaticamente ad indebolire la famiglia».
Bagnasco dovrebbe considerare che compito della politica è dare risposte ai mutati cambiamenti della società: ad esempio attualmente – come rileva l’Istat nell’indagine “Il matrimonio in Italia: un’istituzione in mutamento” – l’incidenza di bambini nati nelle coppie di fatto sul totale dei bambini nati è intorno al 15%, cioè quasi 80mila nati all’anno, quasi il doppio rispetto a 10 anni fa, quando questo valore era pari all’8%. Una politica che ignorasse questa situazione sarebbe una politica irresponsabile e certamente non può considerarli “figli di un Dio minore”.
Non si possono ignorare neanche i bambini figli di coppie omosessuali: una realtà che riguarda almeno 100.000 tra bambini e ragazzi secondo una ricerca realizzata nel 2005 da Arcigay e dall’Istituto superiore di sanità. Considerando anche i genitori si otterrebbe la popolazione di una città come Venezia.
Bagnasco dovrebbe spiegare anche in che modo questi nuovi istituti giuridici indebolirebbero la famiglia (non è mai successo nei Paesi europei dove sono stati applicati) ed inoltre come sostiene Daniela Del Boca (professoressa di Economia Politica presso l’Università di Torino, già consulente dell’OCSE, della Commissione Europea, dell’Isfol e direttrice del Centro Child) «Nei paesi dove la proporzione delle unioni di fatto è aumentata di più, come per esempio in Svezia e Norvegia, anche la fertilità è cresciuta di più. È salito il peso dei figli nati fuori dal matrimonio in percentuale delle nascite. Dove le unioni di fatto sono riconosciute e sostanzialmente trattate alla pari delle famiglie coniugate, il declino dei matrimoni non implica dunque la diminuzione della fertilità (un fenomeno che invece interessa Italia o Grecia)». Un motivo in più anche per la stessa Chiesa per approvare il registro delle unioni civili.

Per Bagnasco «Si parla, ad esempio, di “libertà di scelta” a proposito delle unioni di fatto; ma è paradossale voler regolare pubblicisticamente un rapporto quando gli interessati si sottraggono in genere allo schema istituzionale già a disposizione. In realtà, al di là delle parole, ci si vuol assicurare gli stessi diritti della famiglia fondata sul matrimonio, senza l’aggravio dei suoi doveri».
Questa obiezione potrebbe essere vera nel caso delle coppie eterosessuali che possono ricorrere al matrimonio mentre di certo non vale per le coppie omosessuali che in Italia non possono sposarsi: c’è da dubitare che Bagnasco sia d’accordo nel mettere a disposizione delle coppie omosessuali l’istituto giuridico del matrimonio.
Allo stesso modo – a riguardo delle coppie eterosessuali – c’è da sottolineare che non sempre queste sono libere di sposarsi. Infatti non dobbiamo dimenticare che – in base alla legge sul divorzio – è necessario che i coniugi (anche in caso di divorzio consensuale) affrontino un periodo di separazione legale di tre anni: durante questo periodo i coniugi non potranno risposarsi. Inoltre – in caso di divorzio non consensuale – i tempi si allungano ulteriormente. La durata media del processo di separazione giudiziale è di circa 900 giorni (dati Istat) a cui bisogna aggiungere i tre anni di separazione legale: in sostanza i coniugi non possono risposarsi per circa cinque anni. Una riforma del divorzio che porterebbe da tre ad uno gli anni necessari di separazione legale è fortemente osteggiata dalla stessa Cei.

Secondo il presidente della Cei «a fronte di determinate leggi, si modifica il significato proprio dell’istituzione matrimoniale, il pensare sociale ne viene pesantemente segnato e, di conseguenza, l’educazione dei propri figli». In realtà la società è insensibile all’approvazione di determinate leggi: infatti – come detto – molte più coppie preferiscono non sposarsi nonostante il legislatore nazionale sia insensibile in materia.

Bagnasco aggiunge che «la società, come già si profila in altri Paesi, andrebbe al collasso». Le unioni civili o il matrimonio omosessuale sono presenti da tantissimi anni in tutti i Paesi dell’Europa occidentale ma non sembra proprio che quelle società siano al collasso.

Per ultimo conclude che la famiglia «merita di essere rispettata e considerata molto di più sul piano culturale e mediatico». Sarebbe interessante sapere in che modo la famiglia debba essere rispettata maggiormente sul piano mediatico: magari si potrbbe pensare a qualche fiction.

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