La ‘ndrangheta calabrese riaccende l’euroscetticismo della stampa britannica

Si riaccende l’attenzione della stampa internazionale sugli intrecci tra ‘ndrangheta, politica e fondi comunitari. Dopo un articolo dell’8 ottobre di Rachel Donadio sul The New York Times, questa volta interviene Colin Freeman dalle colonne del britannico The Telegraph direttamente da San Luca.

San Luca è un piccolissimo comune della provincia di Reggio Calabria immerso nella vegetazione dell’Aspromonte. Per tanti anni San Luca è stato centro di sequestri di persona e tuttora è un luogo in cui molti latitanti cercano di nascondersi dalle maglie della giustizia aiutati sia dal territorio particolarmente aspro ma anche e soprattutto dalla collaborazione della popolazione locale. A dare la caccia ai latitanti sono i baschi rossi dello squadrone eliportato Carabinieri cacciatori “Calabria” (meglio noti come “cacciatori dell’Aspromonte), un reparto speciale dell’arma dei Carabinieri con sede a Vibo Valentia.

Proprio a Polsi – nel comune di San Luca – si erige il santuario della madonna di Polsi in cui le cosche (o meglio ‘ndrine) della ‘ndrangheta si riunivano per prendere importanti decisioni.
Per contrastare l’immagine di un territorio fortemente legato alla criminalità – come nota The Telegraph – i funzionari locali decisero di costruire un centro antimafia: la “Casa della legalità e della cultura”.
L’Unione europea è stata ben felice di finanziare questo progetto con un contributo di 325.000 euro ma nei lavori di costruzione del centro antimafia si era inserita la locale cosca della ‘ndrangheta.

Il caso suscita i dubbi della stampa britannica per un semplice motivo: ci si domanda infatti com’è possibile che l’Unione europea abbia permesso che ingenti fondi comunitari finissero in Calabria ed in altre regioni martoriate dalla criminalità con il serio rischio che quest’ultima allungasse i suoi tentacoli.
Dal 2007 solo in Calabria sono arrivati tre miliardi di euro per costruire ogni genere di infrastruttura: dalle centrali eoliche alle strade. Purtroppo non sembra che questi soldi siano stati bene se si pensa che la statale 106 “Jonica” che unisce Reggio Calabria a Taranto è definita la “strada della morte” per l’alto numero di incidenti.

Il magistrato antimafia Roberto Di Palma ha seguito 25 inchieste su uso improprio dei fondi comunitari ed al The Telegraph ha affermato: «Abbiamo visto questo tipo di frode da quando enormi quantità di denaro pubblico sono arrivati qui nel sud d’Italia. La ‘ndrangheta è come una piovra, e dove ci sono i soldi ci sono i suoi tentacoli».

La questione esula dai confini nazionali per interessare il dibattito politico anche nel Regno Unito: infatti gli euroscettici parlamentari conservatori stanno facendo pressione su David Cameron affinché riottenga dall’Unione europea i cinque miliardi di sterline che ogni anno il Regno Unito devolve per fondi comunitari.

L’attenzione del quotidiano britannico ovviamente si concentra anche sul porto container di Gioia Tauro. A pochi chilometri dalla Capo Vaticano tanto amata dallo scrittore Giuseppe Berto e nei territori descritti in Mastro Adamo il Calabrese da Alexandre Dumas, l’autore de I tre moschettieri, il porto container calabrese (uno dei più importanti del Mediterraneo) è attualmente uno dei principali ingressi di droga in Europa.

Il porto nacque per servire quello che doveva essere il centro siderurgico della piana di Gioia Tauro, un’area ricca di uliveti ed agrumeti che va dal monte Poro al monte sant’Elia. Il centro siderurgico non entrò mai in funzione (anche per le proteste della popolazione locale che temeva per l’agricoltura della zona) ma il porto divenne in breve tempo uno dei più importanti del mediterraneo sebbene attualmente soffra molto la competizione dei più economici porti del nord Africa. Il progetto ricevette negli anni Novanta un finanziamento di 40 milioni di euro da parte della Comunità europea ma il sogno di creare un complesso industriale nell’area è rimasto sempre tale: persino la prestigiosa Isotta Fraschini aveva deciso di ritornare sul mercato proprio realizzando automobili a Gioia Tauro ma – dopo più di 400 modelli prodotti – lo storico marchio abbandonò il progetto.

Il quotidiano britannico punta l’attenzione – come aveva fatto anche The New York Times – sullo scioglimento del comune di Reggio Calabria per contiguità mafiosa. In un’area in cui l’Unione europea elargisce finanziamenti sotto fondi comunitari tante amministrazioni comunali sono state sciolte per mafia e sono guidate da commissari prefettizi: San Gregorio d’Ippona, Lamezia Terme, Bova Marina, San Luca, Rizziconi, Briatico, Samo, Condofuri, Roccaforte del Greco, Nicotera, Careri, Soriano Calabro, Bagaladi, Taurianova, Africo, Roghudi, Melito Porto Salvo, Cosoleto, San Procopio, Sant’Onofrio, Limbadi, Guardavalle, Camini, Calanna, Santo Stefano in Aspromonte, Monasterace, Delianuova, Stefanaconi, Fabrizia, Mongiana, Parghelia, Gioia Tauro, Molochio, Seminara, Rosarno, Mileto, Sinopoli, Platì, San Ferdinando sono solo alcune delle amministrazioni comunali per cui il ministero dell’Interno ha deciso che non era possibile l’esercizio della normale attività democratica.
Proprio San Luca è definita su The Telegraph come «la risposta della ‘Ndrangheta a Corleone, il paese siciliano reso famoso da film Il Padrino».
A prescindere da citazioni cinematografiche il problema principale non è tanto la collusione delle singole amministrazioni comunali con la criminalità ma la contiguità mafiosa all’interno del territorio tra mafia e cittadini. Infatti a volte i comuni non sono sciolti per “collusione mafiosa” (ossia la presenza di atti amministrativi a vantaggio delle cosche mafiose locali) ma – genericamente – per “contiguità mafiosa” come a Reggio Calabria: ad esempio in comuni anche molto piccoli è facile (se non quasi certo) anche per una persona irreprensibile avere un parente, un ex compagno di scuola, un conoscente, un vicino di casa che sia legato alla criminalità organizzata. Tutto questo crea una “zona grigia” in cui è impossibile esercitare l’attività amministrativa indipendentemente da influenze criminali e su tutto ciò si è accesa l’attenzione della stampa internazionale.

L’origine di questa attenzione non è un eccessivo interesse ai nostri problemi ma – più realisticamente – l’interesse di sapere in quali mani siano finiti i fondi comunitari tra cui – come rileva il The Telegraph – i dieci miliardi di euro dall’Unione europea per l’autostrada Salerno-Reggio Calabria: il rischio è che tutto ciò vada ad acuire l’euroscetticismo presente in molti Paesi.

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