Imu alla Chiesa: la “serenità” del mondo cattolico alla decisione del Consiglio di Stato.

«Quanto all’Imu attendiamo con serenità e disponibilità le determinazioni del Governo per chiarire definitivamente tale questione. Come ho avuto modo di dire più volte, non pagare le tasse è peccato»: in questo modo il presidente della Conferenza episcopale italiana cardinale Angelo Bagnasco affrontava a settembre, con un’intervista su Tempi, il tema del pagamento dell’Imu da parte della Chiesa.
Toni distensivi quelli usati da Bagnasco lasciando intendere che i vescovi si sarebbero rimessi a qualsiasi decisione proveniente dalle autorità italiane.
All’indomani della decisione del Consiglio di Stato che di fatto ha bocciato il testo del governo che in pratica esentava i beni ecclesiastici dal pagamento dell’Imu, le reazioni del mondo cattolico non sono però così concilianti.
La decisione di Palazzo Spada era nell’aria e tutto verteva sulla definizione di “no profit” stabilita dal governo che era stata messa in luce un articolo de La Repubblica.
Come ben sintetizza Massimo Calvi in un articolo su Avvenire «una scuola “per ricchi” del centro, ad esempio, può reinvestire i proventi delle rette in una scuola in un quartiere popolare anziché intascarsi gli utili. È in questo senso che si parla di “profitto sociale”».
La spiegazione è corretta di quello che era l’approccio del governo ma – a ben pensarci – le osservazioni del Consiglio di Stato sono pertinenti.
Se un albergo (profit) avesse deciso di elargire i propri utili per “solidarietà sociale” non avrebbe pagato l’Imu mentre se lo stesso albergo (magari a gestione familiare) avesse deciso di dividere legittimamente gli utili a fine dell’anno sarebbe stato tassato: ovviamente il primo albergo sarebbe stato favorito (dallo Stato) nella libera concorrenza tra le imprese.
Allo stesso modo – come rileva Valentina Conte su La Repubblica – «se la Caritas (no profit) possedesse una Spa quotata in Borsa (profit), la banca e la società non pagherebbero Imu (perché “indirettamente” no profit)». In questo modo molte società avrebbero preferito trasformarsi in fantomatiche associazioni “no profit” per non pagare l’Imu ed evitare l’obbligo di non dividere gli utili alla fine dell’anno con vari escamotage contabili (l’assunzione dei soci come dipendenti e gli utili trasformati in regolarissimi stipendi ad esempio).
La decisione del Consiglio di Stato ha provocato la reazione di molti esponenti del mondo cattolico secondo cui, come afferma Andrea Olivero del Forum del terzo settore su Avvenire, «si stanno colpendo le realtà che gestiscono le mense, i dormitori, che assistono i disabili, che si prendono cura degli anziani».
Lo stesso pensiero viene espresso sempre sul giornale dei vescovi italiani da Umberto Folena che scrive di «un colpo inatteso e pesante» con la conseguenza di far «pagare pure la mensa Caritas, che non ha finalità di lucro, ma svolge comunque “attività economica”».
Le mense, i dormitori possono ovviamente restare tranquilli: non si capisce quali profitti possano fare simili strutture. Se – stranamente – all’interno di una mensa per i poveri ci dovesse essere anche un’area ristorante che applica prezzi di mercato (e non gratuiti) evidentemente l’Imu sarà pagata solo per la porzione in cui si pratica l’attività commerciale generando profitti in concorrenza ad altre strutture simili.
Non poteva mancare l’editoriale del direttore di Avvenire Marco Tarquinio che scrivendo di «”picconata” al mondo del non profit italiano» ribadisce che «non c’è una sola norma dedicata alla Chiesa cattolica in questa materia»: formalmente Marco Tarquinio ha ragione visto che la normativa riguarda il settore del no profit però stranamente le proteste per la decisione del Consiglio di Stato vengono solo da ambienti legati alla Chiesa cattolica. Come mai associazioni laiche come – ad esempio – Emergency non si sono mai preoccupati della questione? Forse perché le attività di simili associazioni sono svolte a titolo totalmente gratuito ed è impossibile trovare un loro immobile al cui interno si svolge un’attività commerciale (ristorante, albergo, etc) in un regime di concorrenza?
Secondo Tarquinio il Consiglio di Stato ha dato una lettura «oltranzista e oggettivamente anti-italiana» dell’attuale diritto europeo. E meno male che il cardinale Bagnasco aveva detto che la Cei attendeva «con serenità e disponibilità le determinazioni del Governo»: evviva la serenità!

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